tradimenti
Febbraio al VEnEzia
SparkleMind
09.02.2025 |
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"Anche il suo modo di parlare: lo stesso del portiere falso e simpatico, assume un suo senso..."
FEBBRAIO AL VENEZIALa pianura padana mi mette tristezza di inverno e spossatezza d’estate. La pioggia fitta in genere mi arreca malinconia, l’afa estiva mi stanca, la nebbia mi da un senso di solitudine e smarrimento.
Sono più di vent’anni che faccio il rappresentante in lungo e in largo attraverso la pianura padana e tutto questo non è mai cambiato. L’aspetto positivo sono gli alberghi che la grande azienda per cui lavoro mi spesa: tutti hotel eleganti e ben riforniti di servizi di ogni tipo, con la musica in sottofondo all’entrata e gli arredi raffinati.
Per la nebbia stanotte non raggiungerò il mio fantastico albergo, l’ ho disdetto almeno dieci minuti fa, così mi trovo a parcheggiare sul retro dell’Hotel Venezia, nel centro di un paesino di cui mi sfugge il nome, con l’insegna gialla canarino che sembra quasi allegra lì sospesa per aria, anzi sospesa nel nulla della pianura padana. Mi domando perché abbiano scelto quel nome, avrebbero fatto meglio a chiamarlo Hotel Piacenza, considerato che dista solo un’ottantina di chilometri.
Mi avvicino all’ingresso modesto, do un’occhiata all’interno, senza trovare alcuna suggestione di gondole, maschere o lagune. Schiaccio una sorta di campanello in acciaio poggiato sul bancone, non ne vedevo uno simile da tantissimo, è una nota allegra nel senso sconfinato di solitudine che mi attanaglia, nel vuoto che deglutisco e che attribuisco alla cena che è saltata.
L’orologio segna le ventidue, non sono stanco fisicamente, ma mentalmente si. Sarebbe stato bello avere qualcuno da chiamare a casa, magari sentire la voce festosa di bambini in sottofondo che domandano dove sia papà, invece c’è solo la nebbia fuori, un modesto alberghetto di provincia e un lavoro che detesto.
Il rumore dei passi preannuncia l’arrivo del portiere, un omone barbuto con l’ accento spigoloso dell’est europeo che mi accoglie con un sorriso falso da giocatore di poker. Mi stupisce che non sia affatto sbrigativo, mi sarei aspettato un vecchietto mezzo calvo e con le occhiaie, invece mi ritrovo il re dei simpatici che se la prende con calma, tanto che mi aspetto che tiri fuori da un momento all’altro un catalogo di tappeti persiani da vendere: che sarebbe un po’ come rubare a casa dei ladri.
Registra i documenti, mi da un caloroso benvenuto, più caloroso di quanto sia necessario, poi con un sorriso furbo e allusivo lancia l’esca strizzandomi un occhio e spiazzandomi: ”Dottore, la vuole una coperta in camera?”
Con questo freddo che mi ghiaccia le ossa e che solo il mese di febbraio può riservare, ovvio che la voglio una coperta in camera, quindi gli rispondo : “Si, grazie”, poi raccolgo la borsa da viaggio e mi rifugio in camera, rinunciando a chiedere se abbiano qualcosa da mettere sotto i denti.
La stanza non è nemmeno male e fa fin troppo caldo, a quel punto che mi domando che senso abbia una coperta in più. Sfilo la giacca e resto in camicia, quando bussano alla porta. La coperta non è per niente coperta, e perdonatemi il gioco di parole. Ha i capelli nero corvini tagliati corti e indossa una vestaglia trasparente che mi appare subito fuori luogo per gli standard dell’Hotel Venezia. Sorride seducente ma ha lo sguardo triste, una dicotomia particolare che probabilmente non l’abbandona mai. In tutti questi anni non ho mai fatto entrare una prostituta in camera, ma è tutto talmente assurdo che non mi va di rinunciare, e poi ha un buon profumo che mi fa dimenticare la nebbia là fuori.
Ha la stessa parlata spigolosa del portiere, anche le ossa sono spigolose, ma la pelle è candida e liscia e mi eccita sentirla sotto le dita. Mi aiuta a spogliarmi e accoglie la mia erezione fra le labbra, lascia che le succhi capezzoli piccoli da ragazzina e si mette sopra. Scopiamo così, con me sdraiato e lei sopra che si prende cura di me, ora il termine coperta ha un suo senso.
Quando finiamo resta un po’ sdraiata, ci accendiamo una sigaretta. Quando le chiedo come si chiami sorride, ma il suo sguardo resta triste. Dice che posso chiamarla Venezia, lo dice come fosse una battuta, o uno scherzo di carnevale. A un certo punto deve andare, suo marito la aspetta di sotto. Anche il suo modo di parlare: lo stesso del portiere falso e simpatico, assume un suo senso.
Quando va via spengo la luce, spero che domani non ci sarà più tutta questa nebbia , con dentro nascosti gli occhi tristi e i segreti di Venezia.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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